bitless & barefoot - studio
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Grass-Roots Parasite Controlby: George Lager, PhD When we started our small farm in south-central Indiana, we decided to base our parasite control program on a rigorous management plan, which involved frequently removing all fecal matter from pastures (about 5 acres), corrals, and stalls. We do not deworm until fecal egg counts (FECs) reach a predetermined target value. This is a labor-intensive approach, but it's more sustainable than traditional protocols because it limits anthelmintic use and delays drug resistance. In addition, horses carry a small worm burden that helps build immunity to more serious parasite infections. Beginning with the adoption of our first BLM mustang, we collected all feces manually from pastures three times/week and from corrals and from stalls twice daily. We tracked FECs of two mustangs at one- to three-month intervals over a period of about two years (2-year-old colt at adoption on Aug. 3, 2007, named Nevada) and about one year (1-year-old colt at adoption on March 11, 2008, named Mesteño). We dewormed both mustangs with ivermectin-praziquantel at the time of adoption and quarantined them for one month before release to pasture. Within one to two months of adoption, we used either pyrantel/piperazine or piperazine to treat for any remaining strongyles and/or large roundworms (Parascaris equorum). The Corydon Animal Hospital determined strongyle and large roundworm FECs, or we made the counts in a small laboratory at our farm using the McMaster egg counting technique. The pastures, which we developed during our first year at the farm, had not been grazed by equines within the last 40 years. For the first two years, these two horses were the only ones on the farm. They usually had 24/7 access to the pastures, unless precipitation was significantly above or below normal for extended periods. In these cases we took them off pasture until the grazing conditions improved. Whenever possible, pastures were cross-grazed with a small goat herd to control the equine parasites that might inhabit the taller grasses and nongrassy vegetation. We dewormed the horses when strongyle egg counts reached 200 eggs per gram (EPG), a relatively low target count that does not increase the occurrence of colic or result in serious pasture contamination. The target egg count was reached without intervening treatments after about 21 and about 12 months for Nevada and Mes-teño, respectively. Because there are only two horses involved and no control group for comparisons, this result is of more educational than scientific value. Therefore, no conclusive statements can be made about our plan's effect on parasite burdens. Nevertheless, the length of time between treatments is unusual for horses in this age group. Five months after deworming, FECs for both horses are less than 100 EPG. Other than Nevada's initial FEC at the time of adoption, no roundworm eggs were observed for either horse. The hygienic conditions on the farm and the development of new, "virgin" pastures might explain the absence of roundworm eggs, which can persist for years in soils under temperature extremes. There is some anecdotal evidence that mustangs have developed good immunity to parasites. In the wild, herds migrate over large areas, naturally limiting parasite transmission. Unfortunately, without a control group and a larger sample population, it's difficult to assess whether the low egg output is related to genetic makeup, management practices, or a combination of factors, including local weather variability. In spite of the limited data set, this grass-roots approach shows what an owner on a newly developed farm can do to address parasite drug resistance. The only requirements are time and a small investment in basic lab equipment to determine FECs. Field studies with a good scientific design would be required to determine if our practices would produce similar results on other, more established farms with "domestic" horses. The raw data and a plot of FECs versus time can be obtained at www.mitchellplainfarm.com.
FRANCO: Frequentando appassionati e proprietari di cavalli ho constatato l'esistenza di un po' di confusione . Meglio questo o quello? Credi più opportuna una linea o l'altra? Di che cosa si tratta?Le differenze in sostanza? Quanto? Come? Perchè? Potrei? Qui identifico schematicamente vari interventi che nomino liberamente. 1- quello cui è sottoposto l'animale libero, il “D” 2- quello del maniscalco detto da pascolo 3- il naturale barefoot 4- il fisiologico 5- il “d” Per pareggio “D” intendo quello cui va incontro l'animale che vive in modo selvatico, senza limitazioni di spazio, sottoposto alla pressione continua della selezione naturale. Questo pareggio,nell'animale che sopravvive e si riproduce, è il migliore possibile. L'azione continua degli elementi,il movimento,il “sudore della fronte”necessario a mettere insieme cibo ed acqua fanno si che alla sua perfezione meccanica sia lecito e nobile cercare di avvicinarsi senza pretendere di poterne eguagliare il risultato in termini di efficienza. Al numero 2 metto il pareggio del maniscalco quando non intende riferrare un cavallo che verrà lasciato al pascolo. Meno invasivo di quello che precede la ferratura si propone di togliere velocemente l'eccesso di crescita, magari con la sola tenaglia. L'idea è quella di fare il meno possibile, risparmiare. Al numero 3 inserisco il pareggio naturale. Eseguito ad intervalli più o meno regolari non vuole sostituirsi alla natura ma integrarsi con essa. Ciò che viene tolto è ciò che si pensa sarebbe stato eliminato dagli elementi se l'animale non fosse confinato prendendo a modello gli animali rinselvatichiti che Jackson ha così lungamente con metodo scientifico osservato. Non si modificano piani ed allineamenti già corretti, facendo solo il necessario perpetuiamo una situazione che si è dimostrata favorevole. Questo pareggio su un cavallo, asino o mulo di proprietà e ben conosciuto non necessita particolare preparazione specialmente se già pareggiato professionalmente magari ad intervalli stagionali. Come ho descritto nella home page servono comunque la tecnica per l'utilizzo degli attrezzi,una infarinatura teorica e tanta pazienza in assenza delle quali anche il più affrettato pareggio da pascolo è tante volte meglio. In una parola, è necessario essere “hands on”. Aggiungo che è necessario limitarsi modestamente a quello che si sa fare e mantenere un canale di verifica. Arrivando al 4 chiamo fisiologico il lavoro che si compie sullo zoccolo di un cavallo che è difettoso o per svariati motivi è stato lungamente trascurato e ha reagito all'incuria in due modi differenti. Apparendo scombinato ed irriconoscibile a prima vista ma con un ordine celato e rapporti mantenuti fra le varie strutture o, invece, deformandosi. Se è possibile con alcuni colpi di coltello aprire le varie scatole che racchiudono il primo e trovare per incanto uno zoccolo bello ed integro, le deformazioni richiedono tempo e possono essere il risultato della trascuratezza del proprietario, come della ferratura in se stessa, della ferratura ad intervalli “economici”, della malattia. Gli interventi, nel secondo caso,da concertare coinvolgendo veterinario e pareggiatore (trimmer)non possono essere eseguiti da chi che non conosce il significato di asse digitale, di distribuzione delle forze, di bilanciamento dello zoccolo ed i modi di ottenerlo senza arrecare ulteriori danni. L'azione intende integrarsi anche qui non sostituirsi all'ambiente che , solo, non sarebbe più in grado di rettifica. In un caso o nell'altro sono interventi fuori dalla portata del dilettante presupponendo conoscenze conseguibili solo con il tempo, studio e pratica. Intendo qui professionista , con licenza lessicale, non colui che esercita dietro retribuzione ma chi vuole migliorare continuamente tramite lo studio e la ricerca personali. Per ultimo chiamo in causa il pareggio che chiamo“d”. Con la “d” minuscola chiamo il lavoro di pareggio dello zoccolo e le tecniche acceleratrici che indeboliscono strutture , provocano sensibilità nella ricerca ossessiva di parametri,misure, angoli. Questo sia nel cavallo sound che nello zoppo. Sensibilità è la parola dietro la quale mascheriamo spesso una altra parola dal significato inequivocabile : dolore. Con la nostra tipica arroganza sottoponiamo il cavallo alla ferratura perchè non accettiamo l'eventuale limite barefoot, lo soggioghiamo con l'imboccatura per rifiutare un ipotetico limite di controllo o l'accettazione della nostra incapacità, ne facciamo un animale dolorante per la fretta con la quale imponiamo anche un “tempo di guarigione”o una forma determinata. Pur ammettendo che alcune di queste tecniche favoriscano il risultato in determinate situazioni patologiche, la loro applicazione malamente copiata e magari priva di reale motivazione, la mancanza di strutture idonee alla riabilitazione fanno più danno del male. Si assiste spesso alla “sensibilizzazione” di cavalli barefoot che fanno onestamente il loro lavoro solo perchè il loro piede non “piace”. La sottovalutazione della “sensibilità” comporta l'instaurarsi di posture scorrette che a loro volta possono indurre deformazione della struttura plastica della capsula dello zoccolo. Ciò è gravissimo quando il danno è prodotto dalla ortodossa e superficiale ricerca di forme, misure ed angoli universali. Non sono un amante dei livelli e delle certificazioni patacca, lo sapete. Siate indulgenti quindi se ho voluto usare la parola “livelli” nel titolo.
L'articolo che segue è stato pubblicato sul secondo numero di questo anno (2010) sul Notiziario delle redine lunghe a cura del Gruppo Italiano Attacchi STORIE DI CAVALLI : FUNNY E SCHNAPPI Chi di voi ha letto il racconto pubblicato sul notiziario n°2 del 2009 ha già un' idea della mia vita con i cavalli. Acquistati che avevano solo sei mesi, non avrebbero potuto "esserepresiedattaccati" Mentre crescevano ho avuto tempo e modo di instaurare con loro un rapporto fatto di nulla se non stare insieme, movimenti, dialoghi tramite il linguaggio del corpo in attesa che arrivasse il momento di metterli davanti ad una carrozza. Pur pesanti come sono diventati, otto e nove quintali, sanno essere veloci ed eleganti nei movimenti e mi piace osservarli quando trottano fieri con passo rilevato. Forse perchè sarebbe come andare con un trattore in autostrada (colorita espressione dell'amico Arcioni) mi limito a fare passeggiate ed escursioni in campagna invece di dedicarmi a gimkane e coni. Almeno per ora. Le mie passeggiate...sono limitate purtroppo dalla condizione delle strade della regione e dalla trascuratezza di noi italiani capaci di trasformare in piccole discariche tutto ciò che non è delimitato con ringhioso filo spinato. Pazienza, questo non ci ha impedito di fare una ricerca che è in corso e tentare una specializzazione. Lasciatemi introdurre alcuni passi della prefazione di “La montagna a modo mio” di R. Messner e di commentarli brevemente . Riuscirò più facilmente a illustrarvi il mio modo di attaccare e andare a spasso con i cavalli. Non intendo paragonarmi....ho trovato analogie sulla quali mi sono fermato a pensare. Il passo seguente è suo. “... se attraverso un deserto mi manca l'acqua, se affronto il mare polare in inverno mi manca la luce, se scelgo l'Antartide devo patire il freddo, se vado nella giungla mi manca l'orientamento... l'uomo è un essere carente... che costruendo intorno a se una rete di protezione costituita da aerei, elicotteri e tecnologie sofisticate riduce l'ambiente ai propri bisogni rinunciando alla ricerca dei propri limiti”... Messner non ritiene avventura quella vissuta in maniera tale da nascondere le incapacità, eliminare il rischio e la scomodità. Il rischio in una impresa aumenta man mano che l'esposizione cresce ed intende come maggiore esposizione la maggiore fragilità degli equilibri cui si affida l'uomo quando affronta la natura nudo. Considera avventura un'impresa spaziale nonostante l'estrema pianificazione ma non viaggiare da Milano a Roma con una macchina mezza scassata. Si rischia solo di arrivare tardi. Non è avventura sorvolare il Borneo con un bireattore! Di qui la sua rinuncia ai mezzi meccanici, agli “AIUTI” di ogni genere per trovare il proprio limite. Meglio rinunciare ad una ascensione piuttosto che barare con la montagna tramite il ricorso a mezzi artificiali. Intendiamoci, non ricerca del limite per sciocca ebbrezza del pericolo ma allenamento e metodo per vincere il limite e spostarlo ogni giorno un po' più in la. Allora rinuncia ai chiodi ad espansione o ,tornando ai cavalli ,rinuncia ad un finimento contenitivo. Rinuncia alla bombola di ossigeno come agli zoccoli ferrati, ad un ricevitore satellitare come ad un Liverpool. Per lui la rinuncia ad un compagno di viaggio in cambio della solitudine e per me a quella dei freni. I miei cavalli non sono ferrati, unica salvaguardia occasionale sono le scarpette di gomma per gli zoccoli anteriori. Non hanno imboccatura. Indossano una briglia del dr. Cook, una capezza specializzata. Non hanno paraocchi. Possono integrare i loro sensi e vedere dove mettono i piedi ma spaventarsi per una cabina elettrica appena installata. Non porto la frusta. Mi affido alla voce ed alle redini che tramite la capezza esercitano una innocua pressione sul muso. E' con questa filosofia nell'affrontare le cose in un modo “inutilmente pericoloso” che vado in carrozza. Certo non posso andare ovunque vorrei, devo scegliere a volte una strada più lunga ma praticabile per gli zoccoli dei miei cavalli sferrati. Sono costretto a cercare una via. Non la trovo bella pronta, tracciata, diritta, magari corta. A volte sono gli animali che mi fanno capire che non è giornata. Sono limitato. Tuttavia appagato da ciò che diventa via via possibile. Con cavalli più sereni e sani senza la bocca ed i piedi offesi dal ferro. Nel rapporto stretto alla pari, di fiducia estrema nell'animale, trovo la soddisfazione di compiere ancora gesti diventati inutili con i cavalli . Gesti che hanno perso il senso che avevano, in un mondo che non si muove a cavallo e che riconosce come unità di misura il KW. Ecco un passo del grande Reinhold : “...mi sono sforzato di assumere un atteggiamento di estrema modestia e rispetto. E' così che ho cominciato a conoscere il linguaggio del corpo, ho cominciato a esprimere ciò che pensavo e a sperimentare il mondo alla velocità del pedone ... procedendo alla velocità di chi cammina, in salita o in piano..” Sembra scritto per noi.
biologo, cultore del pareggio fisiologico dello zoccolo del cavallo
Franco: Crioterapia
Laminitis: Cryotherapy Treatment in the Real WorldFrom a layman's perspective, cryotherapy (use of cold for treatment) for horses at risk of or just beginning the acute phase of laminitis just makes sense. The laminae are inflamed, the hooves are hot to the touch, so let's cool them down and keep them cold. Researchers get that, too. But there are still some questions on how this method works, and there are some issues when it comes to real-world applications. Two factors have emerged as crucial to the success of this method: early intervention and duration of treatment. Chris Pollitt, BVSc, PhD, head of the Australian Equine Laminitis Research Unit at the University of Queensland, shared some ideas on the function and uses of cryotherapy at the fourth annual Promoting Excellence Symposium of the Florida Association of Equine Practitioners (FAEP), held Sept. 25-27, 2008, in San Juan, Puerto Rico. Pollitt said two factors in clinical trials have emerged as crucial to the success of this method: early intervention and duration of treatment. The earlier an at-risk horse can start cooling and the longer he can remain cooled seem to be paramount to the effectiveness of the treatment. Pollitt said an at-risk horse should undergo cryotherapy as soon as possible--definitely before clinical signs of laminitis manifest. These can include heat in the feet, a bounding digital pulse, and favoring the affected limb, sometimes even "pointing" it in discomfort. Trials using horses with laminitis induced just prior to and in the midst of therapy have demonstrated the method to be effective in preventing clinical signs and permanent damage. However, questions about whether cryotherapy can slow or halt the damage once it's started have not been answered. In a horse with strong digital pulses, "If you use cryotherapy, you're chasing the shadow of the damage that's been done," Pollitt said. Exposed to cryotherapy, these horses might stabilize and not get worse, but the outcome mainly depends on what structural damage occurred. As for duration of treatment, trials have shown that horses can tolerate cryotherapy over sustained periods. According to studies Pollitt cited, horses can stand in ice water for hours or days without the frostbite or other complications that make this approach dangerous for human patients. "There's no real limit on the application of cryotherapy," Pollitt said, citing one study in which the horses remained in constant cryotherapy without damage for seven days. "I have no problem with leaving it on for as long as you think the horse is at risk from disease in other areas of its body." In summary, the earlier you can intervene in a potential laminitis case, and the longer you can maintain treatment, the more likely you will succeed in preventing laminitis or reducing its damage. The methods used for cryotherapy have varied, depending on who is applying it. Some have tried boots. Other opt for large tubs. Ice water slushies, sometimes in tire innertubes (tied off on one end, open at the other for the horse to step in), are also used. Either way, it's important to cool to the distal limb (from the carpus or tarsus down), to maintain constant low temperature, and to manage waste, in the case of the tub approach. It's not easy--the horse must be maintained, perhaps for days, with water available and food, if it can be tolerated. A horse recovering from colic surgery or severe illness might not want (or might not be able) to stand in a cryotherapy tub. "We need somebody to develop a really good cryotherapy boot or wrap application," he summarized. While the kinks are still being worked out, research into this method continues to demonstrate its potential.
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Resistant Parasites: Predatory Fungus Could Aid Control
Ecco qualche cosa di interessante che è stato finora celato e osteggiato. Pensate agli interessi dell'industria farmaceutica che vende paste antielmintiche. E' di molti anni fa la sua sperimentazione in Svezia, speriamo sia la volta buona. Si tratta di somministrare ai cavalli nella dieta spore di funghi che depositate con le feci nei pascoli provvedono a sviluppare una rete atta a digerire le larve dei parassiti. Predatory fungus Duddingtonia flagrans might be a viable option for the biological control of infective larvae of small strongyles, researchers noted in a recent study. Adult small strongyles residing in a horse's large intestine and cecum lay eggs that are passed in the feces. The eggs hatch and larvae develop on pasture. Horses become infected when they ingest the third stage larvae (L3) while grazing. Administration of deworming drugs, called anthelmintics, is the most common method employed for controlling internal parasites in horses; however, resistance to chemical wormers is a major problem. Small strongyles are already resistant to both of the benzimidazoles (oxibendazole and fenbendazole) and also pyrantel pamoate. There is also evidence suggesting that resistance is developing against ivermectin. "Alternatives are required to help reduce the continued use of the same anthelmintic class," noted the Brazilian research group in their recent study. "Biological control is among these alternatives, using natural nematode antagonistic fungi." To evaluate the predatory activity of D. flagrans on L3 small strongyles, researchers incubated the fungus in Petri dishes containing a water-agar combination with or without L3s. The plates were examined microscopically every 24 hours for seven days and researchers counted non-predated L3s. A significant reduction (93.64%) in the recovered L3s was noted, suggesting that D. flagrans is a potential candidate for the biological control of horses cyathostomin L3. Martin Krarup Nielsen, DVM, PhD, an assistant professor at the University of Copenhagen in Denmark, commented on the study. "This is not new," Nielsen said. "This fungus has been tested in cattle, sheep and horses with good, but variable results. "The fungal spores may not be as efficient as a dewormer, but they will be an excellent alternative. In fact, they will be very suitable for controlling resistant worms and prevent further development of anthelmintic resistance," said Nielsen. Field studies have been successfully conducted on D. flagrans; however, more research is likely needed before this technique will become available. "The product was patented in Denmark in the 1990s, but meanwhile the patent has expired and was never exploited," Nielsen said. "I'm still hoping that someone would launch a product--the equine industry needs it!" The study, "Predatory activity of the Nematophagous fungus Duddingtonia flagrans on horse cyathostomin infective larvae," is scheduled to be published in an upcoming edition of the journal Tropical Animal Health and Production. The abstract is currently available on PubMed una pubblicazione sul controllo della parassitosi
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ALBERTO:
Il processo fu massicciamente adottato negli anni ’70 per la nutrizione del vitello a carne bianca, molto di moda in quel tempo. Questo avveniva per evitare l’arrossamento delle carni, caratteristica del passaggio da monogastrico, il vitello, a poligastrico, il manzo. Con il diffondersi di questo tipo di allevamento, alle linee di fioccatura aziendali, che usavano i cereali prodotti direttamente, mais, orzo, frumento, avena, segale, triticale, ecc. ecc., si sostituirono le linee di produzione dei mangimisti che fornivano il prodotto finito. Nel tempo, per fortuna, questo tipo di allevamento fu abbandonato. Il consumo lasciò questo alimento in favore di altri. I mangimisti, si trovarono le costose linee di fioccatura praticamente ferme e dovettero inventarsi qualche cosa di sostitutivo. Una caratteristica negativa del fioccato e’ la deperibilità molto elevata, mancando la protezione del tegumento esterno della granella. Il fioccato inizia a deperire nel momento stesso in cui viene prodotto. Considerando appunto le caratteristiche di instabilità e deperibilità del fioccato, scelsero un mercato non particolarmente tecnico, quindi facilmente influenzabile, molto frazionato, uno, due capi al massimo, e con buone possibilità economiche.
Il mondo del cavallo era l’ideale, ecco la
brillante idea ! Soddisfava tutte le caratteristiche richieste.
Purtroppo, con l’intervento dell’industria, nascono subito alcuni problemi: • nessun controllo diretto sulla qualità della granaglia, qualsiasi derrata contenente muffe o grane spaccate, striminzite, mondiglie, ecc., può diventare apparentemente un buon fioccato. • La decorticatura o la degerminatura vengono praticamente abbandonate, con immediato decadimento della qualita’ del prodotto finale. • La conservazione prolungata, i mangimisti forzano per fornirne grandi quantità, in sacchi o in silos, non potendolo fornire giornalmente come si dovrebbe, genera una forte diminuzione della qualità.
• Il fiocco non
favorisce la masticazione, i cavalli si abituano ad ingerirlo con
rapidità, essendo molle, e non irrorano la massa con la giusta quantità
di saliva (anche 40 litri al giorno) preferendo ingerire acqua.
• Con i fioccati la miscelazione con sali minerali e vitamine non può essere fatta a livello meccanico, soprattutto per il diverso peso specifico degli elementi, la manipolazione dei sacchi porta ad una scissione delle parti più pesanti rispetto a quelle leggere, la stessa cosa avviene nei sili, per le vibrazioni dovute al passaggio dei mezzi. Le integrazioni devono essere quindi somministrate a parte. Tutte le manipolazioni che portano ad una raffinazione del cibo ottengono come risultato la malnutrizione sottoforma di calorie "nude" o "vuote".
Praticamente alimentazione spazzatura.
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