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-Leonardo: Approccio barefoot alla laminite
-Franco: Il mio punto di vista ed alcune riserve finali. L'etica?
Di
Ipparco,
moderatore
della
sezione
barefoot
del
FORUM
IL
CAVALLO,
al
secolo
Leonardo
de Curtis,
un
bel
saggio
sulla
laminite,
una
malattia
indotta
dall'antropizzazione,
l'opera
di
trasformazione
dell'ambiente
naturale
attuata
dall'uomo
per
soddisfare
le
proprie
esigenze
e
"migliorare"
la
qualità
della
vita.
Non
si
tratta
di
una
lettura
semplice,
almeno
a
tratti,
ma
conoscete
qualche
cosa
che
non
sia
complicato?
Spesso
abbiamo
a
che
fare
con
attività
che
finiamo
col
definire
facili,
almeno
una
volta
fatta
esperienza
e
preso
confidenza.
Facili,
ma
complicate
dal
gran
numero
di
variabili
che
abbiamo
imparato
tuttavia
a
gestire
con
il
tempo
con
disinvoltura.
L'infiammazione, cui
è
dedicato
questo
articolo,
è
qualche
cosa
di
simile.
Le
cause
sembrano
essere
tante,
molteplici,
e lo
zoccolo
un
parafulmine.
Manca
un
comune
denominatore
se
non
il
disordine
metabolico.
E' mancata
finora
l'identificazione
dell'anello
che,
rotto,
eviterebbe
l'esito.
"Le
ricerche
attualmente
in
corso
puntano
ad
identificare
un
fattore
scatenante
(o
anche
solo
un
anello
della
catena)
che
sia
comune
a
tutte
queste
cause
“macroscopiche”,
nella
speranza
di
poter
interrompere
il
processo
intervenendo
farmacologicamente
in
modo
opportuno.
Personalmente
su
questo
particolare
aspetto
sono
abbastanza
scettico...."
Anche
io(fb)sono
scettico.
Cercare
un
anello,
una
chiave
farmacologica
per
la
risoluzione
del
problema
non
credo
rappresenti
una
strategia
corretta
quanto
la
restituzione
a
questi
animali
del
diritto
ad
una
vita
più
consona
alla
loro
natura.
Certo,
ci
sono
animali
che,
a
dispetto
della
qualifica
di
"domestici",
domestici
non
sono
e
sembrano
soffrire
maggiormente
della
riduzione
in
cattività.
I
mustang
questo
anello,
che
sfugge
all'identificazione
dei
ricercatori,
lo
hanno
spezzato. Tornano
ad
esserne
vittime
con
la
cattura.
|
"Approccio barefoot alla laminite" |
Ho
pensato
che
potesse
essere
utile
cercare
di
raccogliere
nel
modo
più
sintetico
possibile
alcune
informazioni
utili
per
chi
si
dovesse
malauguratamente
imbattere
in
questo
problema.
Il
topic
non
ha
pretese
di
completezza
od
esaustività
, ma
vuole
solo
rappresentare
un
punto
di
partenza
per
persone
(e
cavalli)
in
difficoltà
.
Invito
tutti
coloro
che
hanno
esperienza
e
competenza
in
materia
ad
ampliare
ed
estendere
le
informazioni
con
articoli,
studi/casi
clinici
ed
esperienze
personali.

(tratta
da
Laminitis
Research
at
the
Australian
Equine
Laminitis
Research
Unit,
Pollitt
et
al.
2005)
Definiamo
il
problema
Il
termine
“laminite”
tecnicamente
indicherebbe
un’infiammazione
delle
lamine
dermiche,
ma è
in
corso
un’accesa
disputa
sul
fatto
se
l’infiammazione
sia
causa
o
conseguenza
di
altri
fenomeni.
Anche
se
su
molti
aspetti
di
questa
patologia
il
dibattito
scientifico
è
tuttora
aperto,
sembra
ormai
dimostrato
che
un
punto
comune
a
tutti
i
casi
di
laminite
acuta
sia
una
rapida
(ore)
degenerazione
della
Membrana
Basale
[Pollitt,
2005],
che
si
trova
al
confine
tra
derma
ed
epidermide
ed
ha
il
compito
di
garantire
l’adesione
tra
il
tessuto
connettivo
che
circonda
la
falange
distale
ed
il
tessuto
corneo
che
forma
lo
zoccolo.
Gli
studi
eseguiti
presso
la
“Australian
Equine
Laminitis
Research
Unit”
della
Scuola
di
Scienze
Veterinarie
presso
l’Università
del
Queensland,
negli
ultimi
15
anni
hanno
dimostrato
come
le
precedenti
teorie
basate
sul
modello
ischemico
in
molti
casi
fossero
prive
di
fondamento,
mentre
appaiono
sempre
più
promettenti
i
risultati
ottenuti
attraverso
lo
studio
approfondito
dei
sistemi
enzimatici
che
in
condizioni
normali
controllano
lo
scorrimento
della
muraglia
rispetto
alla
falange
distale.
Ci
si è
focalizzati
in
particolare
sull’ipotesi
che
tossine
generate
o
assorbite
altrove
nell’organismo
raggiungano
lo
zoccolo
attraverso
l’apparato
circolatorio,
attivando
alcuni
complessi
enzimatici
e
dando
il
via
ad
un
processo
che
si
autoalimenta.
Un’altra
ipotesi
ritenuta
plausibile
punta
l’indice
sull’effetto
di
alte
concentrazioni
di
insulina
nel
sangue
(
iperinsulinemia
).
Cause
Mentre
i
processi
che
portano
alla
perdita
di
controllo
dei
processi
enzimatici
che
distruggono
la
coesione
tra
derma
ed
epidermide
non
sono
ancora
stati
accertati
tutti
nel
dettaglio
(almeno
fino
a
questo
momento),
è
stato
possibile
identificare
empiricamente
molte
cause
macroscopiche
che
possono
portare
alla
distruzione
della
Membrana
Basale
ed
alla
conseguente
separazione
della
muraglia
dalle
strutture
sottostanti.
Molte
di
queste
cause
scatenanti
sono
strettamente
legate
all’apparato
digerente
del
cavallo
ed
alla
sua
alimentazione,
e
sicuramente
al
primo
posto
per
frequenza
si
trova
il
sovraccarico
da
carboidrati
non
strutturali.
Semplificando
al
massimo,
il
meccanismo
di
azione
più
probabile
sembra
essere
quello
di
una
proliferazione
incontrollata
di
batteri
(Streptococcus
spp
in
primo
luogo)
nel
colon
e
nell’intestino
cieco,
che
produrrebbero
fattori
di
attivazione
per
gli
enzimi
Metalloproteinasi-2
e
Metalloproteinasi-9,
responsabili
per
la
distruzione
della
Membrana
Basale,
che
raggiungono
attraverso
il
sistema
circolatorio.
Anche
se
tutti
i
carboidrati
non
strutturali
(zuccheri
e
amidi,
in
primo
luogo)
possono
scatenare
episodi
di
laminite
se
assunti
in
quantità
eccessive,
un’attenzione
particolare
va
riservata
ai
fruttani
(o
Frutto-Oligosaccaridi),
in
quanto
questi
polisaccaridi
non
possono
essere
assorbiti
nell’intestino
tenue
e
raggiungono
inalterati
il
colon,
dove
diventano
un
substrato
eccellente
per
la
proliferazione
dei
batteri
di
cui
sopra.
Dato
che
alcune
varietà
di
erbe,
in
alcuni
periodi
dell’anno,
possono
contenere
altissime
concentrazioni
di
fruttani
(prossime
al
50%
del
peso
secco),
ecco
spiegato
come
mai
cavalli
lasciati
al
pascolo
a
volte
siano
colpiti
da
questa
condizione,
soprattutto
in
primavera.
Altre
cause
meno
frequenti
ma
da
non
trascurare
possono
essere:
•
Resistenza
all’insulina
(analoga
al
diabete
di
tipo
II
negli
umani.
Attualmente
uno
dei
filoni
di
ricerca
seguiti
sta
cercando
di
stabilire
l’effetto
dell’insulina
sui
cheratinociti.
Rif:
Induction
of
laminitis
by
prolonged
hyperinsulinaemia
in
clinically
normal
ponies.
Katie
E.
Asplin,
Martin
N.
Sillence,
Christopher
C.
Pollitt,
Catherine
M.
McGowan
http://www.hoofrehab.com/Asplin-insulin.pdf
);
•
Sindrome
di
Cushing
(
conseguenza
di
un
tumore
alla
ghiandola
pituitaria
);
•
Incuria
prolungata;
•
Laminite
da
asfalto
(causata
da
lavoro
prolungato
su
terreni
duri
in
combinazione
con
muraglie
eccessivamente
lunghe);
•
Gravi
carenze
alimentari;
•
Congestione
(ad
esempio
grandi
quantità
d’acqua
fredda
subito
dopo
un
lavoro
intenso);
•
Obesità;
•
Traumi;
•
Periodi
prolungati
in
cui
un
piede
non
possa
portare
peso:
il
controlaterale
potrebbe
sviluppare
una
laminite
da
stress;
•
Iperlipemia;
•
Setticemia;
•
Ritenzione
della
placenta;
•
Overdose
da
corticosteroidi;
•
Debilitazione
estrema;
•
Intossicazioni
(a
causa
di
tossine
presenti
nell’ambiente);
•
Ipoglicemia
(anche
limitata
ai
soli
tessuti
del
piede,
ad
esempio
a
causa
di
problemi
circolatori
o
metabolici);
•
Ischemia;
•
Altro…
(la
lista
dovrebbe
essere
costantemente
aggiornata
in
base
agli
sviluppi
della
ricerca
scientifica)
Le
ricerche
attualmente
in
corso
puntano
ad
identificare
un
fattore
scatenante
(o
anche
solo
un
anello
della
catena)
che
sia
comune
a
tutte
queste
cause
“macroscopiche”,
nella
speranza
di
poter
interrompere
il
processo
intervenendo
farmacologicamente
in
modo
opportuno.
Personalmente
su
questo
particolare
aspetto
sono
abbastanza
scettico,
perché
la
mia
sensazione
(da
profano,
tengo
a
precisare)
è
che
se
anche
l’esito
sembra
sempre
lo
stesso,
non
è
detto
che
la
strada
per
arrivarci
sia
una
sola.
Sintomi
I
sintomi,
sia
acuti
che
cronici,
della
laminite
dovrebbero
essere
noti
a
tutti
coloro
che
abbiano
a
che
fare
con
cavalli,
asini,
zebre
o
muli.
Questo
perché
solo
un
intervento
tempestivo
alle
prime
avvisaglie
del
problema
può
evitare
le
conseguenze
più
gravi
(su
cui
tornerò
tra
poco)
e
garantire
un
recupero
al
100%.
L’elenco
dei
sintomi
più
comuni
di
un
caso
acuto
è:
•
Cavallo
depresso,
con
battito
cardiaco
e
ritmo
respiratorio
accelerati
a
causa
del
dolore
acuto;
•
Sudorazione
soffusa;
•
Cavallo
immobile
che
rifiuta
di
muoversi;
• Il
cavallo
colpito
tiene
gli
arti
anteriori
molto
avanti
a sé
caricando
maggiormente
i
posteriori
per
ridurre
il
carico
sulle
lamine
doloranti
se
sono
colpiti
gli
anteriori.
Molto
più
raramente
sotto
di
sé,
se
ad
essere
colpiti
sono
i
posteriori;

(immagine
tratta
dal
sito
http://www.naturalhorseworld.com/Laminitis.htm
)
•
Polso
digitale
aumentato
(si
sente
dietro
il
nodello,
sopra
ai
sesamoidi);
•
Piedi
caldissimi
al
tatto
(infiammazione
delle
lamine).
Studi
clinici
(Pollitt,
1996)
hanno
mostrato
una
buona
correlazione
statistica
tra
la
gravità
della
zoppia
(definita
secondo
la
scala
Obel,
1948)
e
l’estensione
ed
effettiva
gravità
del
danno
a
livello
istologico.
Esiste
quindi
anche
la
possibilità
di
un
decorso
sub-acuto,
durante
il
quale
il
cavallo
mostra
sensibilità
su
terreni
che
normalmente
non
gli
creano
fastidi,
i
piedi
hanno
una
temperatura
solo
leggermente
più
elevata
del
normale
ma
molti
degli
altri
sintomi
non
si
presentano.
Questa
forma
di
solito
è
legata
ai
disturbi
metabolici
come
la
resistenza
all’insulina.
Cerchiature
o
segni
rossi
sulla
muraglia,
ascessi,
crescita
“a
ventaglio”,
obesità,
perdite
di
peso
anomale,
pelo
ispido,
opaco,
o un
manto
invernale
che
non
muta,
suole
piatte,
stiramento
laminare
o
separazione
della
linea
bianca,
sensibilità
degli
zoccoli,
riottosità
o
pigrizia
dovrebbero
essere
tutti
segnali
di
allarme
per
chi
gestisce
cavalli,
che
suggeriscono
la
necessità
di
rivedere
radicalmente
l’alimentazione
dell’animale
e
sono
spesso
precursori
di
problemi
decisamente
più
seri.
Spesso
un
intervento
tempestivo
in
presenza
di
questi
segnali
può
prevenire
l’insorgere
della
laminite
e
delle
sue
conseguenze.
I
segni
che
invece
indicano
una
laminite
cronica,
che
solitamente
(ma
non
necessariamente)
è
conseguenza
di
un
caso
acuto
non
opportunamente
seguito,
sono:
•
Muraglia
visibilmente
cerchiata;
•
Talloni
lunghi
e
punta
incurvata
verso
l’alto;
•
Produzione
di
materiale
corneo
displastico
da
parte
delle
lamine
dermiche,
con
la
formazione
del
cosiddetto
“cuneo
lamellare”
tra
suola
e
muraglia;
•
Rotazione
della
muraglia
rispetto
alla
terza
falange
all’esame
radiografico;

(esempio
drammatico
di
laminite
cronica
da
incuria,
foto
di
mia
proprietà)
Conseguenze
Le
conseguenze
di
un
attacco
acuto
di
laminite
possono
variare
enormemente
in
base
alle
circostanze
in
cui
esso
avviene.
Il
rischio
principale
è
che
si
verifichi
la
separazione
meccanica
della
muraglia
dall’osso
triangolare
a
causa
delle
forze
che
agiscono
sulla
muraglia.
Qualora
questo
accada,
le
probabilità
di
danni
permanenti
allo
zoccolo,
ed
in
particolare
alla
delicata
struttura
delle
lamine,
aumentano
esponenzialmente,
anche
se
non
viene
esclusa
la
possibilità
di
un
recupero
almeno
parziale
dell’utilizzabilità
dell’animale.
Sono
quindi
fattori
di
rischio,
che
possono
ridurre
enormemente
le
chance
di
recupero
in
caso
di
attacco
acuto,
tutte
quelle
condizioni
che
aumentano
gli
sforzi
sopportati
dalla
muraglia
e
che
privano
il
triangolare
del
supporto,
fisiologicamente
corretto,
dato
da
una
suola
ed
un
fettone
che
portino
buona
parte
del
peso
dell’animale
sul
terreno
su
cui
esso
vive
abitualmente.
Ne
elenco
alcuni
per
chiarezza:
•
Muraglie
eccessivamente
lunghe
(anche
in
relazione
al
terreno
su
cui
vive
il
cavallo);
•
Suola
e
fettone
che
non
contribuiscono
a
sostenere
parte
del
peso
del
cavallo
(ovvero
pareggio
troppo
aggressivo
che
assottigli
queste
strutture);
•
Piedi
con
conformazione
punta
lunga-talloni
bassi;
•
Ferri
o
altre
protezioni
vincolate
rigidamente
alla
muraglia
(glue-on,
“ferri”
in
materiale
sintetico
ecc.);
•
Atterraggio
di
punta
a
causa
di
problemi
nella
regione
caudale
dello
zoccolo;
•
Talloni
alti
(“effetto
cuneo”
del
triangolare,
su
questo
aspetto
tornerò
più
avanti).
Tutte
queste
situazioni,
più
tante
altre
che
sicuramente
mi
saranno
sfuggite,
applicano
notevoli
stress
meccanici
alla
muraglia
e
quindi
alle
lamine,
fino
al
punto
in
cui
tutto
il
peso
del
cavallo
grava
esclusivamente
sulle
lamine.
Fino
a
quando
il
piede
è
sano,
è in
grado
di
resistere
abbastanza
bene
a
questa
condizione
(che
comunque
in
natura
si
presenta
molto
raramente),
ma
nel
momento
in
cui
la
coesione
tra
lamine
epidermiche
e
dermiche
si
indebolisce
o
viene
meno,
il
rischio
di
separazione
meccanica
è
altissimo
se
non
si
interviene
immediatamente.
Altre
conseguenze
che
si
osservano
frequentemente
in
caso
di
laminiti,
soprattutto
qualora
vengano
trascurate
o
seguite
in
modo
errato,
sono:
•
Rotazione
o
sprofondamento
del
triangolare
(
rifondimento
);
•
Perforazione
della
suola
da
parte
del
triangolare;
•
Ascessi
in
suola
o
corona;
•
Distacco
completo
della
scatola
cornea
(
esistono
casi
di
recupero
parziale
anche
da
questa
condizione,
seppur
molto
rari);
•
Distruzione
del
tessuto
osseo
della
falange
distale
a
causa
delle
pressioni
anomale
e
della
conseguente
ischemia.
In
questo
caso
il
recupero
del
cavallo
può
risultare
impossibile.
Primo
soccorso
Sulla
base
di
quanto
sopra,
vediamo
ora
alcune
cose
da
fare
o
non
fare
assolutamente
nel
caso
vi
doveste
ritrovare
tra
le
mani
un
cavallo
che
mostri
i
sintomi
di
un
caso
acuto
di
laminite.
•
Innanzitutto
contattate
immediatamente
il
veterinario;
•
Nel
caso
il
cavallo
sia
ferrato
o
abbia
le
muraglie
lunghe,
chiamate
il
maniscalco/pareggiatore
(per
rimuovere
i
ferri
o
accorciare
le
muraglie);
•
Cercate
di
individuare
le
possibili
cause
(qualora
siano
esogene)
per
facilitare
il
compito
al
veterinario
al
suo
arrivo;
•
Nell’attesa,
non
forzate
il
cavallo
a
muoversi
a
meno
che
non
sia
strettamente
necessario
(per
nessuna
ragione
trasportate
il
cavallo
con
van
o
trailer);
• Se
il
cavallo
è in
grado
di
sollevare
i
piedi,
procuratevi
del
materiale
morbido
(
rotoli
di
garza,
fogli
di
polistirolo
da
coibentazione
o da
imballaggio,
stracci
ecc.)
e
fissateli
con
nastro
adesivo
sotto
al
piede,
in
modo
da
fornire
supporto
al
triangolare.
Se
una
volta
fatto
questo
il
cavallo
mostrasse
il
desiderio
di
muoversi,
lasciategliene
libertà
ma
evitando
movimenti
bruschi.
Durante
l’operazione
di
nastratura,
cercate
di
tenere
il
piede
sollevato
per
il
minor
tempo
possibile;
•
Docciate
od
immergete
i
piedi
in
acqua
fredda,
se
possibile
anche
con
ghiaccio.
Gli
studi
sulla
crioterapia
per
il
trattamento
della
fase
acuta
della
laminite
(VAN
EPS,
A.
W.,
WALTERS,L.J.,
BALDWIN,
G.I.,
MCGARRY,
M.,
POLLITT,
C.C.
(2004)
Distal
limb
cryotherapy
for
the
prevention
of
acute
laminitis.
Clinical
techniques
in
equine
practice.)
hanno
dimostrato
che
i
cavalli
possono
tollerare
l’immersione
in
acqua
gelida
degli
arti
per
periodi
prolungati
(fino
a 72
ore
consecutive)
senza
riportare
danni,
e
che
le
basse
temperature
hanno
l’effetto
di
ritardare
(o
forse
prevenire,
ma
su
questo
gli
studi
sono
ancora
in
corso)
la
degenerazione
della
Membrana
Basale,
dando
quindi
tempo
al
veterinario
di
intervenire
con
più
calma
per
impostare
una
terapia.
Approccio
“barefoot”
alla
laminite
Occorre
chiarire
prima
di
tutto
che
un
cavallo
scalzo
non
è al
sicuro
dalla
laminite,
in
quanto
molte
delle
cause
possono
colpire
indiscriminatamente
cavalli
scalzi
o
ferrati.
Quindi
le
precauzioni
per
prevenire
l’insorgere
del
problema
rimangono
grossomodo
le
stesse
per
tutti
gli
equini.
La
grande
differenza
nasce
quando
si
vanno
ad
analizzare
le
possibili
conseguenze:
un
piede
scalzo,
sano
e
pareggiato
correttamente
ha
probabilità
decisamente
minori
di
subire
danni
permanenti
a
seguito
di
un
attacco
acuto
di
laminite,
in
quanto
la
conformazione
della
scatola
cornea
riduce
al
minimo
la
possibilità
di
uno
spostamento
della
falange
al
suo
interno
e
minimizza
gli
sforzi
che
agiscono
sulle
lamine.
(In
realtà
sembra
che
un
piede
mai
ferrato
e
correttamente
pareggiato
sia
anche
meno
esposto
al
rischio
di
laminite
in
quanto
le
sue
lamine
sono
in
numero
minore
e
quindi
meno
fitte,
di
conseguenza
meno
esposte
al
rischio
di
problemi
circolatori
come
la
congestione
dovuta
ad
un'eventuale
infiammazione)
Questo
nasce
dal
fatto
che
un
corretto
pareggio
“barefoot”
prevede
che
suola
e
fettone
abbiano
un
ruolo
portante
che
nel
caso
di
zoccoli
ferrati
è
molto
più
difficile
da
ottenere
a
causa
dello
spessore
del
ferro,
del
mancato
consumo
della
muraglia
e
spesso
anche
di
differenze
nel
pareggio
e
nella
concezione
del
funzionamento
dello
zoccolo.
Inoltre
il
pareggio
naturale
ha
tra
le
sue
peculiarità
di
ricercare
il
parallelismo
(3°≤
angolo
palmare
≤
5°)
tra
il
terreno
e il
bordo
distale
della
terza
falange
ed
il
corretto
atterraggio
di
talloni
a
tutte
le
andature.
Questa
disposizione
dell’osso
garantisce
la
distribuzione
uniforme
dei
carichi
sulla
superficie
inferiore
al
momento
del
carico
dinamico
massimo,
mentre
l’atterraggio
di
talloni
assicura
che
le
lamine
lavorino
nelle
condizioni
più
favorevoli
possibili.
A
questo
punto
ritengo
utile
inserire
alcune
considerazioni
importanti
sulle
caratteristiche
meccaniche
dell’apparato
di
sospensione
laminare.
Come
si
può
vedere
bene
dalla
prima
figura
del
topic,
le
lamine
hanno
una
struttura
orientata
spazialmente
(anisotropa,
da
ἰσὁτροπος).
Analogamente
ad
altre
strutture
con
caratteristiche
simili,
il
loro
comportamento
sotto
stress
varierà
quindi
in
base
alla
direzione
delle
forze
applicate.
Nel
caso
specifico,
la
capacità
di
resistenza
alla
trazione
sarà
massima
per
forze
perpendicolari
alla
superficie
interna
della
muraglia,
mentre
il
minimo
si
troverà
in
corrispondenza
di
forze
applicate
parallelamente
al
piano
lungo
la
direzione
di
crescita
della
muraglia.
Queste
peculiarità,
determinate
dalla
struttura
fisica
delle
lamine,
spiegano
immediatamente
per
quale
ragione
sia
importante
ricercare
un
angolo
palmare
il
più
basso
possibile
ed
assicurare
sempre
il
fisiologico
atterraggio
di
talloni.

Da
questo
semplice
grafico
appare
subito
evidente
come
l’angolo
palmare
influisca
sulla
distribuzione
dei
carichi
applicati
alle
lamine.
All’aumentare
dell’angolo,
la
componente
parallela
alla
muraglia
aumenterà
d’importanza,
mentre
quella
perpendicolare
andrà
via
via
calando..
Analogamente,
la
scomposizione
delle
forze
nel
caso
si
un
atterraggio
di
talloni,
sarà
più
favorevole
che
nel
caso
di
un
atterraggio
piatto
o
peggio
ancora
di
punta:

Un
modo
più
intuitivo
di
descrivere
tutto
ciò
è
quello
che
in
precedenza
ho
chiamato
“effetto
cuneo”.
Se
osserviamo
la
forma
normale
(non
patologica)
dell’osso
triangolare,
noteremo
subito
che
esso
ha
l’aspetto
(e
quindi
le
proprietà
meccaniche)
di
un
cuneo
o
addirittura
di
una
lama:

Esattamente
come
un
cuneo
o
una
lama
quindi,
il
triangolare
potrà
sostenere
bene
i
carichi
fino
a
quando
appoggerà
con
la
base
piatta,
ma
nel
momento
in
cui
la
pressione
venisse
concentrata
sull’affilato
bordo
anteriore
esso
agirà
come
una
lama,
danneggiando
il
corion
e
sprofondando
nello
zoccolo,
potenzialmente
fino
a
perforare
la
suola.
Inoltre,
essendo
un
tessuto
vivente,
il
triangolare
stesso
reagirà
alle
pressioni
eccessive,
subendo
dei
rimodellamenti,
come
ad
esempio
accaduto
a
questo
in
conseguenza
ad
una
laminite
trascurata:

L’approccio
terapeutico
barefoot
alla
laminite
quindi
si
incentra
sostanzialmente
su
quattro
punti
chiave:
1)
Alimentazione
basata
il
più
possibile
su
foraggi
a
basso
contenuto
di
zuccheri
ed
amidi,
eliminazione
dei
concentrati
(granaglie,
mangimi)
ed
integrazione
di
proteine,
acidi
grassi
essenziali
e
minerali
(importantissimo
il
magnesio)
in
base
alle
necessità.
Qualora
sia
necessario
aumentare
l’apporto
calorico
è
possibile
fare
ricorso
a
grassi
di
origine
vegetale;
2)
Ridurre
al
minimo
gli
sforzi
applicati
alle
lamine
limitando
ogni
possibile
braccio
di
leva
e
ripristinando
il
corretto
allineamento
della
falange
distale
con
il
terreno
(e
di
conseguenza
con
le
forze
applicate);
3)
Fornire
un
supporto
plantare
che
ridistribuisca
i
carichi
sul
fettone
e
sulla
suola
e
che
smorzi
urti
e
vibrazioni,
per
ridurre
il
rischio
di
separazione
laminare
e
ridare
comfort
al
cavallo;
4)
Una
volta
superata
la
fase
acuta
e
stabilizzata
la
posizione
dell’osso
triangolare
all’interno
della
scatola
cornea,
fornire
ampia
libertà
di
movimento
al
cavallo
per
favorire
la
circolazione,
la
ricrescita
di
una
nuova
connessione
laminare
e
non
ultimo
il
benessere
psicologico
dell’animale.
Per
l’aspetto
legato
più
strettamente
alla
meccanica
del
piede
sarà
quindi
indicato
l’uso
di
scarpette
con
plantari
in
neoprene
o in
alternativa
dei
cosiddetti
“hoof
casts”,
bendaggi
preimpregnati
con
resine
indurenti
che
permettono
di
fornire
protezione
e
supporto
alla
suola
senza
scaricare
forze
sulla
muraglia
grazie
alla
deformabilità
del
materiale
(
http://www.hoofrehab.com/hoofcast.htm
).
Altri
materiali
utilizzabili
possono
essere
resine
siliconiche,
acriliche
o
poliuretaniche,
fogli
di
poliuretano
espanso
o
simili
ed
in
generale
tutto
quello
che
si
presti
a
migliorare
il
comfort
del
cavallo.
Queste
protezioni
dovranno
essere
naturalmente
abbinate
ad
un
pareggio
eseguito
da
persona
competente,
mirato
a
scaricare
la
muraglia
e le
lamine
dal
peso
del
cavallo
su
tutta
la
metà
anteriore
del
perimetro
(dal
punto
più
largo
del
piede
verso
la
punta)
o
come
diversamente
richiesto
in
base
alle
circostanze
specifiche.
Questo
pareggio
sarà
caratterizzato
da
uno
smusso
angolato
di
circa
20°
rispetto
al
piano
della
suola
che
dovrà
partire
dal
bordo
esterno
della
suola
vera
e
propria
e
scaricare
completamente
dal
peso
del
cavallo
la
muraglia
e
tutto
quanto
si
trovi
all’esterno
della
proiezione
della
terza
falange
(ovvero
il
punto
in
cui
si
troverebbe
il
“breakover”
in
un
piede
sano).
In
presenza
di
un
“cuneo
lamellare”
sarà
opportuno
scaricare
anch’esso
da
qualsiasi
sforzo,
per
evitare
che
le
sollecitazioni
sul
cuneo
distruggano
la
nuova
connessione
che
cercherà
di
crescere
a
partire
dalla
corona.
Su
tutto
il
perimetro
della
muraglia
vera
e
propria
sarà
invece
applicato
un
“mustang
roll”
molto
accentuato,
allo
scopo
di
evitare
sforzi
inutili
sulle
lamine
lungo
tutto
il
perimetro
del
piede.

(in
rosso
il
bordo
della
suola,
in
giallo
il
cosiddetto
“cuneo
lamellare”.
Immagine
originale
tratta
dal
sito
http://www.hoofrehab.com/
)
Per
nessuna
ragione
dovrà
invece
essere
intaccata
la
suola
vera
e
propria,
che
durante
la
convalescenza
rappresenta
l’unica
struttura
portante
del
piede,
insieme
al
fettone.
Se è
possibile
realizzare
un’area
sufficientemente
ampia
dotata
di
pavimentazione
idonea
(gomma,
ghiaia
tonda
a
granulometria
fine,
sabbia
compatta)
e lo
stato
degli
zoccoli
lo
permette,
talvolta
si
può
ipotizzare
di
fare
a
meno
di
protezioni
permanentemente
applicate
allo
zoccolo.
Questo
permette
di
ridurre
gli
sforzi
che
gravano
sulla
muraglia,
favorisce
ulteriormente
la
circolazione
e
facilita
la
gestione.
Il
rovescio
della
medaglia
è
che
riuscire
a
realizzare
una
struttura
adeguata
non
sempre
è
facile.
Una
volta
rimossa
la
causa
scatenante
e
raggiunta
una
configurazione
che
permetta
al
cavallo
di
recuperare
una
postura
normale,
gli
si
potrà
lasciare
modo
di
muoversi
a
piacimento,
ma
senza
forzarlo
conto
la
sua
volontà.
In
questa
fase
l’approccio
barefoot
non
prevede
l’utilizzo
di
analgesici
ed
antidolorifici,
in
quanto
il
dolore
è un
importante
segnale
per
il
cavallo
stesso,
che
ne
limita
i
movimenti
in
funzione
dello
stato
dei
piedi.
Senza
questo
campanello
d’allarme,
il
rischio
di
lesioni
alle
lamine
dermiche
aumenta
a
causa
della
ridotta
sensibilità.
L’obbiettivo
è
quindi
quello
di
limitare
i
disagi
dell’animale
mediante
mezzi
meccanici
(pareggio
e
protezioni
dello
zoccolo)
e
agendo
farmacologicamente
sulle
cause
del
problema
ove
possibile,
senza
fare
ricorso
a
calmanti
per
la
riduzione
del
dolore.
Lo
scopo
del
movimento
in
questo
caso
è
duplice:
•
Eliminare
il
rischio
di
ischemia
del
corion
soleare
per
la
pressione
generata
dal
supporto
plantare;
•
Favorire
la
circolazione
all’interno
del
piede
per
accelerare
la
guarigione
e la
ricrescita
di
una
buona
connessione
laminare.
Se
pareggio
e
protezioni
saranno
stati
applicati
correttamente,
le
probabilità
di
effetti
negativi
dovuti
al
movimento
spontaneo
del
cavallo
saranno
minime,
in
quanto
la
meccanica
del
sistema
le
renderà
praticamente
impossibili.
Durante
la
fase
acuta
dell’attacco
invece,
cioè
fino
a
quando
siano
attive
le
cause
di
degenerazione
della
Membrana
Basale,
il
movimento
potrebbe
essere
controindicato:
visto
che
gli
agenti
scatenanti
(qualunque
essi
siano)
nella
maggior
parte
dei
casi
sembrano
raggiungere
il
piede
col
flusso
sanguigno,
un
aumento
della
circolazione
potrebbe
accelerare
ed
estendere
il
danno.
Meglio
quindi
limitare
la
libertà
di
movimento
e
valutare
col
veterinario
l’opportunità
di
proseguire
con
la
crioterapia
per
un
periodo
che
dovrà
essere
stabilito
in
base
alla
situazione,
ma
limitato
allo
stretto
indispensabile.
Tutti
questi
interventi
sarebbero
totalmente
inutili
se
non
fossero
accompagnati
da
un’alimentazione
a
basso
indice
glicemico,
basata
soprattutto
su
foraggi
a
basso
contenuto
di
carboidrati
non
strutturali,
eventualmente
arricchita
da
polpa
di
barbabietola
o
altre
fonti
di
fibre
ad
alta
digeribilità,
ed
integrata
come
necessario
in
base
ai
fabbisogni
dell’animale
con
proteine,
acidi
grassi,
minerali
e
vitamine,
con
particolare
attenzione
a
quanto
necessario
ad
assicurare
la
crescita
di
una
nuova
scatola
cornea
con
una
buona
connessione
laminare.
Qualora
ci
siano
altre
patologie
predisponenti
alla
laminite,
anche
queste
dovranno
essere
affrontate
come
opportuno
per
evitare
una
recidiva
della
fase
acuta.
Prevenzione
Come
per
molte
altre
malattie,
nel
caso
della
laminite,
la
miglior
cura
è la
prevenzione.
Questa
è
basata
sostanzialmente
su
due
aspetti:
1)
Alimentazione;
2)
Cura
dello
zoccolo.
Come
abbiamo
visto,
l’alimentazione
gioca
un
ruolo
fondamentale
nell’insorgenza
della
laminite.
E’
quindi
fondamentale
che
sia
ben
bilanciata,
adeguata
ai
fabbisogni
dell’animale
e
idealmente
quanto
più
simile
possibile
all’alimentazione
naturale
del
cavallo.
Questo
vuol
dire
che
sono
da
evitarsi
quanto
più
possibile
grandi
quantità
di
cereali,
ridurre
l’accesso
a
pascoli
particolarmente
ricchi
durante
i
mesi
primaverili,
soprattutto
se
contengono
varietà
vegetali
a
rischio
(ad
esempio:
Allium
spp,
Ambrosia
Artemisiifolia,
Aster
spp,
Carduus
spp,
Centaurea
spp,
Cichorium
Intybus,
Erodium
Cicutarium,
Sonchus
Arvensis,
Taraxacum
spp,
Trifolium
Pratense
ecc.
Una
fonte
molto
interessante
di
informazioni
in
merito
è il
sito
http://www.safergrass.org/
),
fornire
cibo
in
modo
uniforme
durante
l’arco
della
giornata
e
non
concentrato
in
pochi
pasti
voluminosi,
variare
gradualmente
l’alimentazione
nel
passaggio
da
un
tipo
ad
un
altro
ecc..
In
particolare,
giornate
soleggiate
accompagnate
da
notti
con
temperature
rigide
spingono
le
erbe
del
pascolo
ad
accumulare
zuccheri
e
fruttani,
per
cui
in
periodi
in
cui
si
verificano
queste
condizioni
può
essere
opportuno
limitare
l’accesso
al
pascolo,
soprattutto
nel
caso
di
esemplari
predisposti.
Come
accennato
precedentemente,
tutta
una
serie
di
segnali
premonitori
possono
metterci
in
guardia
su
problemi
legati
all’alimentazione:
cerchiature
o
segni
rossi
sulla
muraglia,
ascessi,
crescita
“a
ventaglio”,
stiramento
laminare
o
separazione
della
linea
bianca,
suole
piatte,
sensibilità
degli
zoccoli,
obesità,
perdite
di
peso
anomale,
pelo
ispido,
opaco,
o un
manto
invernale
che
non
muta,
riottosità
o
pigrizia.
In
presenza
di
uno
o
più
di
questi
sintomi
è
d’obbligo
rivedere
approfonditamente
l’alimentazione,
perché
è
probabile
che
ci
sia
qualcosa
che
non
va.
Alcuni
di
questi
sintomi
sono
estremamente
frequenti
da
osservare,
soprattutto
nel
caso
di
cavalli
ferrati,
che
nonostante
tutto
vengono
considerati
"sani".
La
verità
si
scopre
facilmente
sferrandoli:
inermi
ed
incapaci
di
affrontare
qualunque
tipo
di
terreno
a
causa
dello
stato
pietoso
dei
loro
zoccoli.
Per
quanto
riguarda
la
cura
dello
zoccolo,
che
si
decida
di
tenere
il
cavallo
ferrato
o
meno,
l’aspetto
più
importante
è di
ridurre
al
minimo
i
rischi
di
conseguenze
nefaste
nel
malaugurato
caso
che
il
cavallo
cada
vittima
di
un
attacco
acuto.
Alcuni
criteri
da
rispettare
assolutamente
sono:
•
Muraglie
corte
e
dritte;
•
Talloni
bassi/punte
corte;
•
3°≤
angolo
palmare
≤
5°;
•
Pareggio/ferratura
ad
intervalli
regolari
(30-40
giorni
al
massimo);
•
Supporto
plantare
sulla
maggior
parte
dei
terreni;
•
Atterraggio
di
talloni
(che
si
ottiene
assicurando
lo
sviluppo
della
regione
caudale
dello
zoccolo);
•
Punto
di
stacco
(
breakover
) il
più
arretrato
possibile
per
ridurre
gli
sforzi
sulle
lamine;
•
Favorire
la
circolazione
massimizzando
l’elaterio
per
mantenere
una
connessione
laminare
sana;
Alcuni
di
questi
punti
possono
essere
rispettati
più
facilmente
su
uno
zoccolo
sferrato
(come
ad
esempio
il
supporto
plantare
o
l’atterraggio
di
talloni),
ma
questo
non
vuol
dire
che
non
sia
possibile
arrivarci
molto
vicino
anche
ferrando,
se
la
ferratura
viene
eseguita
da
un
professionista
serio.
Nel
momento
in
cui
però
il
cavallo
dovesse
essere
colpito
da
un
attacco
di
laminite,
la
miglior
cosa
da
fare
è
sicuramente
di
rimuovere
qualsiasi
cosa
sia
vincolata
rigidamente
alla
muraglia,
per
scaricarla
da
ogni
sforzo
e
scongiurare
danni
seri.
Avvertenze
Tra
le
varie
tecniche
tradizionali
che
vengono
proposte
per
il
trattamento
della
laminite,
ce
ne
sono
almeno
due
da
cui
voglio
mettere
in
guardia
chiunque
si
trovi
ad
affrontare
un
caso
di
laminite:
•
L’innalzamento
artificiale
dei
talloni;
• La
tenotomia.
Il
primo
viene
giustificato
sostenendo
che
riduca
la
tensione
sul
tendine
flessore
profondo
e
quindi
diminuisca
il
rischio
di
rotazione
della
falange
e
migliori
la
circolazione
nelle
lamine
dorsali.
Anche
ammettendo
che
ciò
fosse
vero,
questa
tecnica
ha
enormi
svantaggi:
la
pressione
graverà
sul
bordo
affilato
del
triangolare
invece
che
sulla
base
piatta,
schiacciando
il
corion
e
riducendo
la
circolazione,
e la
distribuzione
dei
carichi
sulle
lamine
sarà
tanto
peggiore
quanto
più
alti
saranno
i
talloni.
Molto
meglio
quindi
contrastare
la
rotazione
fornendo
sostegno
al
triangolare
con
un
supporto
plantare
che
contrasti
il
momento
applicato
dal
tendine
con
una
forza
applicata
sotto
alla
punta
della
falange
che
si
ridistribuisca
su
una
superficie
ampia
e
venga
continuamente
rilasciata
nel
momento
in
cui
il
cavallo
si
muove.

La seconda è una pratica che non ha giustificazioni. E’ come pensare di riparare un guasto della vostra automobile sparando una fucilata al radiatore. Il taglio di un tendine perfettamente sano per risolvere un problema di laminite è esattamente la stessa cosa: aggiunge un danno gravissimo ad uno tutto sommato gestibile. NON FATELO, per nessuna ragione
|
|
|
Continuando in questa presentazione ed illustrazione inizio elencando sinteticamente tre plausibili cause di laminite sperando di contribuire alla comprensione con ulteriori esempi e considerazioni: metabolica, meccanica, ipossica. Metabolica quando a causa di un disordine metabolico vengono meno o risulta allentata la forza con la quale sono connesse parete e strutture interne, Meccanica quando, una parete trascurata e troppo lunga con riferimento al piano della suola, viene ad ogni passo "strappata" dalla forza che il terreno esercita su di essa, ipossica quando allo zoccolo, a causa della ferratura o dello stazionamento su una lettiera morbida con conseguente mancato meccanismo dello zoccolo, viene a mancare un adeguato apporto di ossigeno e/o nutrimento. La l. metabolica viene indotta da una alimentazione troppo ricca, dalla carenza di microelementi (tra tutti è segnalato il rame) che disturbano la cinetica delle reazioni che permettono lo sgancio ed aggancio progressivi della parete e quindi lo scorrimento o crescita dell'unghia. Ulteriormente ogni farmaco, antiparassitario, vaccino, può alterare maggiormente un equilibrio già precario. La l. meccanica è quella cui possono andare incontro ad esempio i cavalli degli Amish, condotti giornalmente su terreni duri, asfaltati. E' la laminite dei cavalli dei nostri nonni, dei carrettieri. E' tanto più possibile nel cavallo ferrato ma anche quanto più le unghie sono in modo sciatto lasciate lunghe nel cavallo scalzo. Cercate di sollevare con forza una unghia di un vostro dito per comprendere subito quale sensazione prova il cavallo. I cavalli che tirano carichi pesanti sono i maggiormente sollecitati protendendosi in avanti nello sforzo. Infine, se il cavallo vive nelle condizioni di un carcerato, con poche possibilità di movimento, magari su una lettiera permanente soffice ed umida, il meccanismo dello zoccolo è impedito. Meno sangue affluisce e con esso meno nutrimento ed ossigeno rendendo più probabile un allontanamento dalle normali funzioni e l'instaurarsi della patologia. Le tre cause sono sempre associate tra loro. Una unghia lasciata lunga comporta un meccanismo dello zoccolo inferiore e quindi ipossia. Un cavallo che vive su una lettiera permanente è poi facile vittima di un terreno duro. Un cavallo le cui lamine sono indebolite da una dieta inadeguata idem. Venendo meno il forte legame tra parete ed interno, la capsula dello zoccolo può andare letteralmente "alla deriva". Perdere il suo orientamento e posizione. E' stato fatto, mi pare da Jackson, il seguente esempio: una nave è mantenuta in posizione al molo dalle gomene. Se le bitte o le gomene si rompono la nave continua a galleggiare mantenendo la posizione o perdendola molto lentamente. Non appena si leva il vento o aumenta la forza della corrente la nave inizia a spostarsi. Se le gomene si allentano solo da una parte la nave ruota intorno alla posizione originale. Se le gomene cedono lungo tutta la lunghezza della nave la nave si allontana dal molo mantenendosi grosso modo parallela alla posizione originale. Nel primo caso si ha la rotazione della capsula dello zoccolo intorno alla terza falange, nel secondo caso uno sprofondamento dell'intero cavallo all'interno della capsula. I due movimenti possono comporsi tra loro. L'immagine della terza falange che abbandona la sua posizione è errata. Più propria è quella della capsula cornea che abbandona la posizione rispetto alla terza falange. La terza falange saldamente connessa tramite articolazione al pastorale rimane nella posizione che gli compete. Pur rendendomi conto della relatività dei riferimenti, è estremamente importante identificare la "nave" nella capsula e non nella terza falange. L'approccio nell'affrontare il problema risulta completamente diverso. La posizione dello zoccolo ferrato appoggiato al terreno e l'immagine radiografica suggeriscono l'interpretazione di una forza esercitata dal tendine flessore su P3 non più contrastata dalla forza con la quale P3 è legato alla parete. Considerando viceversa la parete in allontanamento da P3, a causa della forza applicata dal terreno su di essa, viene spontaneo lavorare immediatamente la parete dello zoccolo accorciandola e finendola in modo opportuno per ridurre al minimo la forza cui essa è sottoposta. (P3, terza falange, coffin bone, triangolare, tante parole con lo stesso significato) In effetti questo è ciò che viene consigliato da un veterinario o pareggiatore (meglio trimmer o semplicemente maniscalco) che ha abbracciato la logica del movimento barefoot e che segue le linee di guida proposte da Pete Ramey. Primo, sferrare e rendere tutto lo zoccolo libero, attivo e funzionale. Secondo, (Pete Ramey -Hoofrehab) scaricare decisamente la parete dallo sforzo che deve sostenere nell'incontrare il terreno. Terzo, riportare drasticamente e repentinamente la dieta a quella che ogni cavallo dovrebbe sempre avere. Fieno di prato naturale polifita scelto tra uno povero di zuccheri prontamente assimilabili. Quarto, consentire al cavallo il movimento indispensabile alla sua alimentazione. Quinto, limitare la somministrazione di antidolorifici, antinfiammatori, solo alla quantità necessaria a far si che l'animale continui ad alimentarsi ma senza mascherare il dolore che consentirebbe al cavallo di muoversi sconsideratamente moltiplicando il danno. Sesto, applicare freddo, soprattutto nella fase iniziale, per localizzare e contenere l'infiammazione. La applicazione del freddo di per sé è praticamente inutile se non si accompagna alle altre misure. Direi fuorviante e fraudolenta, mi si passi il termine, se consigliata come risolutiva strategia propedeutica nel silenzio ed accettazione di un insieme di pratiche di gestione inappropriate alla specie. Non si risolvono i problemi applicando alla zampa del cavallo macchinette refrigeranti o massaggianti confinandolo allo stesso tempo in un box, con o senza i ferri ai piedi, su una lettiera e la mangiatoia colma di cereali. Zoccoli ferrati, zoccoli ferrati ad intervalli economici, unghie lunghe di animali trascurati, alimentazione ricca e stupidamente inadeguata sono causa di grande sofferenza e morte tra i cavalli. Una sofferenza e morte inutile che può essere evitata con l'abbandono di pregiudizi e tradizioni dettate dall'ignoranza. Nota per i professionisti. Per quanto riguarda la tecnica, preferisco, personalmente, facendo mia la esperienza di Pete Ramey, distaccarmi dal limite della suola di un quarto di pollice ( 5-6 mm.) e da questa posizione ( non immediatamente dal limite esterno della suola ) iniziare a lavorare cuneo lamellare (lamellar wedge) e parete realizzando un piano inclinato, ma con un angolo riferito al piano di appoggio dello zoccolo maggiore di 20°. Realizzando uno scarico dalla forza peso efficacissimo ma nel contempo lasciando più materiale a protezione della dorsale di P3. Il link riportato di seguito conduce a lavori di Christopher Pollitt. Lo riporto anche se ho qualche riserva sia sulla sostanza che sui modi di indagine. Non sono in accordo, rifiuto il sacrificio di cavalli e pony sull'altare della ricerca. Questo riguardo ai metodi. Riguardo alla sostanza, da qualunque parte Pollitt si volga, non trova altro che meccanismi inceppati. Ogni volta e per qualche anno si addita ad un nemico nuovo, magari alcuni credono sia quello giusto. Facendo un parallelo, credete di poter trovare un impianto funzionante in un aereo caduto? Questo mi pare sia stato fatto in questi anni nella ricerca sulla laminite. In un comparto così devastato come è quello dello zoccolo laminitico è fin troppo facile trovare "impianti" "out of service". Far venire il mal di pancia ai cavalli fino ad avvelenarli non è una gran bella cosa. Preferisco l'approccio positivo di J. Jackson che osserva ed identifica cosa NON FA MALE ai cavalli pervenendo in effetti e in definitiva allo stesso risultato. Se la ricerca è intesa a trovare un rimedio per compensare una gestione scorretta occultandone indirettamente gli esiti è lontana dall'essere eticamente valida. http://www.laminitisresearch.org/chrispollitt_contacts.htm Trovate alla pagina "letture" : "Vaccini e vaccinosi" Ward, DVM sulla relazione vaccinazione-laminite (raccolta anno 2011) Crioterapia e prevenzione della laminite. Favole per sempliciotti. (raccolta anno 2010) |
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